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Scuole private e tabù del profitto nel settore dell’istruzione. | TheTweeter

30 Mag

[ringraziamo Carltotta Prandi e Vittorio Nigrelli per questo articolo che hanno pubblicato sul Blog “The Tweeter” e speriamo di aver fatto cosa gradita nel ri-pubblicaro nel nostro modesto Blog]

Spesso in Italia si ritorna su argomenti che riguardano la scuola privata, il valore legale del titolo di studio, il livello (basso) di istruzione media.

L’ultima occasione vi è stata lo scorso week end, quando durante un referendum costato 540.000 euro, il 16-17% della popolazione di Bologna ha deciso di non dare un milione di euro alle scuole private. Cosa che in parte è condivisibile, poiché un’azienda privata non dovrebbe mai vivere di finanziamenti pubblici. Ma guardando la questione da un altro punto di vista, quello dei pantaloni dei contribuenti, o meglio delle tasche dei pantaloni dei contribuenti, le cose forse cambiano. Non so quale effetto avranno su di voi, ma ieri questi numerelli mi hanno piuttosto colpito.

Se questi numeri, come ci sembra di capire, sono veri, la scelta del 16-17% dei bolognesi costringerà tutta Italia a sborsare dei quattrini in più. Questo perché l’aumento di circa 600 euro della retta del prossimo anno costringerà diverse famiglie “border line” a trasferire il proprio pargolo da una scuola privata in una scuola pubblica, pesando sul resto della società 5.974 euro in più dell’anno prima. Calcolando a spanne, per fare in modo che il prossimo anno l’esborso dei contribuenti superi quello degli anni in cui il finanziamento alle private c’era, e contando che il referendum è già costato 540.000 euro, basterebbe il trasferimento di 100 studenti dal privato al pubblico per avere come risultato dell’operazione referendaria una perdita netta.

Il mio maligno e personale sospetto, però, è che il referendum non sia stato fatto per una ragione economica, ma ideologica e culturale: il disprezzo e l’odio verso il privato. In Italia la scuola privata ha dei limiti, è vero, e l’immagine di produttrice di diplomi a pagamento, per quanto smentita da molteplici e meritevoli casi, spesso non è così lontana dalla realtà.

Questo deriva, tuttavia, non dalla presenza nel settore dell’istruzione di cattivoni privati, ma dal fatto che le regolamentazioni portano naturalmente alla creazione di un “mercato dei pezzi di carta”. Mi riferisco al problema del valore legale del titolo di studio, (di cui avevo già parlato in questo articolo) che rende possibile l’esistenza di persone che mangiano vendendo inutili pezzi di carta.

Un primo passo sarebbe quindi quello di abolire il valore legale del titolo di studio, cominciando con il modificare le regolamentazioni sui test a numero chiuso che impediscono, per esempio, a uno studente uscito da un durissimo liceo toscano, di superare in graduatoria un caprone milanese solo perché questi ha avuto una matura “più facile”. Ma non solo. Il problema delle regolamentazioni che eliminano i benefici del privato si estende anche agli insegnanti. Questi sono disposti a lavorare per un liceo privato anche per una paga da fame (400-500 euro), perché così guadagnano punti in graduatoria, manco stessero facendo la spesa al Carrefour. Il fatto che siano buoni insegnanti o meno, al momento, conta poco o nulla (qualcosa in questo senso sta cambiando). Ergo va rivisto il sistema di reclutamento degli insegnanti.

Se verranno attuate riforme in questo senso, il livello delle scuole private crescerà sensibilmente, il numero dei loro iscritti aumenterà, e non ci sarà bisogno di finanziamenti pubblici (magari, come capita in alcune università statunitensi, gli ex-studenti doneranno volentieri denaro al liceo che ha contribuito al loro successo).

Scuole private e tabù del profitto nel settore dell’istruzione. | TheTweeter.

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Pubblicato da su 30 maggio 2013 in Scuola, Scuole paritarie

 

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